Lezioni di giornalismo: II puntata. Intervista a Pietrangelo Buttafuoco (Il Giornale)

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Sono notizia dei giorni scorsi i sondaggi farlocchi in collaborazione PD-Mattino.

È notizia vecchia di più di un decennio, invece, quella di un sodalizio politico-giornalistico che affonda le proprie ragioni nelle più banali dinamiche economico-aziendali.

Ma, se pure appunto ormai sia fatto di dominio pubblico che il Mattino di Padova sia poco più (poco meno?) d’un giornale di partito, non pare comunque giusto rassegnarsi senza combattere ad una stampa faziosa e interessata, il cui scopo non sia d’informare i cittadini, ma piuttosto d’influenzarne le coscienze, dirigendole verso una precisa area partitica.

Nella nostra indagine sull’indipendenza della stampa in Italia (ma non solo), abbiamo rivolto alcune domande alla celebre penna de Il Giornale, Il Foglio, Il Sole 24 Ore… Pietrangelo Buttafuoco.

 

Il compito di un giornale è di informare o di influenzare il proprio pubblico? Esiste un’etica nel mestiere di giornalista?

Il compito di un giornale – al netto delle ipocrisie – è anche quello di partecipare a un progetto politico, di dare voce a un blocco sociale di riferimento. Se per esempio si chiama “Corriere della Sera” quel giornale, quando si uccide Egidio Maschio perchè strozzato dalle banche, e si suicida dunque un imprenditore che tanto ha dato al progresso economico del Nord Est, quel giornale non può cavarsela con una breve, ha il dovere di dare voce alla borghesia che ritiene di rappresentare.E deve dare un’analisi, aprire una questione più che un dibattito, coinvolgendo al massimo il proprio potere di fuoco su un fatto così significativo. Eppure, lo ricordo bene, quello stesso giornale decideva di non dare risalto a una vicenda così drammatica e dedicava paginate agli sberleffi cosiddetti omofobi a Mika e questo tic, lo sottolineo, a conferma di un cortocircuito: negare la realtà a favore della narrazione. Non penso debba esistere un’etica esclusivamente dedicata al mestiere di giornalista, lo stile compete all’uomo o alla donna che si ritrova a fare questo mestiere.

In un contesto simile il giornalista risulta libero o il suo operato viene inevitabilmente impastoiato dalla linea editoriale del giornale? Voglio dire, l’autocensura è una realtà con cui occorre convivere all’interno di una redazione oppure non è un fenomeno così diffuso?

L’autocensura è all’ordine del giorno. Per quel che mi riguarda posso ben dire che c’era maggiore libertà nella prima Repubblica di quanto ce ne sia oggi. Con l’avvento di Matteo Renzi le cautele si sono moltiplicate. Tutta la stampa e il mondo dell’informazione, a parte rare eccezioni, s’è schierata a favore del giovanotto di Rignano. Ma l’ambito più pesantemente controllato è quello degli Esteri. All’autocensura s’associa la controffensiva della disinformazione. Nessuno, accanto alle notizie della Siria, si preoccupa di raccontare dei bombardamenti continui nello Yemen. Nessuno, infatti, vuole disturbare le alleanze occidentaliste che ci costringono a proteggere chi finanzia il terrorismo e, al contrario, a combattere Russia e Iran che fanno la guerra ai fondamentalisti, coi loro soldati impegnati sul campo.

In un’epoca in cui grosse porzioni di società raccolgono in maniera quasi esclusiva le proprie informazioni da contenitori come Facebook, Twitter e simili, la stampa tradizionale possiede ancora la capacità di influenzare l’opinione pubblica in maniera importante?

No, naturalmente. E’ crollata l’Unione sovietica, non possono dunque sparire i giornali? Vanno a spegnersi le testate, ma il giornalismo in sé, no. Il problema sarà sempre quello di dare professionalità e rigore all’informazione, ma se già la stampa tradizionale latita su questi precisi doveri, figurarsi quanta cura possano averne i contenitori in rete il cui unico progetto è il clic. L’epoca è a doppio taglio. In balia dell’interpretazione e dei fake.

– Ufficio Stampa di Massimo Bitonci

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