Indiana Jones al Portello

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Il primo accenno ad una mostra dedicata a Giovanni Battista Belzoni l’ha fatto Matteo Cavatton (già assessore alla Cultura durante l’amministrazione Bitonci), la settimana passata, nel corso di una conferenza stampa incentrata sugli ultimi dati relativi al turismo in città – in continua crescita negli ultimi tre anni.

“Porteremo le mummie a Padova” ha celiato subito Massimo Bitonci, al suo fianco. “Ce ne sono già tante, è vero, ma queste saranno autentiche: Made in Egypt…”.

Già, perché se accenni a Belzoni, finisci subito a parlare di Egitto, piramidi, faraoni, scavi, sabbia del deserto…

Giovanni Battista Belzoni, padovano di Padova, portełato del Porteło, nacque lungo quella stessa via che oggi porta il suo nome, sul finire del ‘700.

Casa del Belzoni, via Belzoni
Semplice, diretto

Figlio d’un modesto barbiere, cominciò a sognar di viaggi e avventure osservando le imbarcazioni che attraccavano e ripartivano dall’approdo di Porta Ognissanti; a sedici anni se n’era già fuggito a Roma a studiare, a venti era a Londra a fare il saltimbanco per una compagnia teatrale, a nemmeno quaranta aveva posto le basi definitive della moderna egittologia.

Uomo di straordinaria energia, bellezza, vigore fisico (superava i due metri d’altezza, in un’epoca in cui la media era ben più vicina al metro e mezzo che all’uno e settantacinque), nella sua breve vita (morì a quarantacinque anni) fu tutto e il contrario di tutto: circense, ingegnere idraulico, inventore, commerciante d’arte, cortigiano, esploratore, archeologo, scrittore… conosciuto molto più all’estero che nella sua Padova (nemo propheta in patria), passò alla storia come “The Great Belzoni”, “Lo straordinario Belzoni”: una grandezza, una straordinarietà, che era sia fisica che morale.

Dotato di un fascino e di un’intelligenza incredibili fu perfetto esempio di ciò che gli anglofoni (appunto) definiscono, con intraducibile espressione, come “bigger than life”.

Ma se fu tanto grande, se davvero scoprì da solo – grazie solamente al suo intuito, alla sua forza, alla sua intelligenza… se davvero insomma scoprì le piramidi di Ramsete II e Seti I e Chefren e se contribuì in maniera decisiva alla decifrazione dei geroglifici e se riportò alla vita tesori inestimabili, sepolti da millenni… se davvero fece tutto questo, perché il suo nome è tanto poco conosciuto, anche qui, nella sua piccola Padova?

Il fatto è che Belzoni godette in vita (come in morte, del resto) di una feroce emarginazione, messa in atto scientemente dalla comunità accademica internazionale, che non accettava le sue origini umili e la sua mancanza di istruzione tradizionale: Belzoni non aveva terminato gli studi, non aveva mai frequentato l’università, non aveva messo la sua firma sulla più piccola pubblicazione. Non era accettabile che un individuo simile venisse ad insegnare il mestiere a popò di professori della Sorbona e di Oxford e di Harvard…

Così, se la stessa Padova si dimenticò di lui per lungo tempo, lo stesso non capitò mai a parti invertite.

In una lettera – custodita in una teca all’interno dei Musei Civici Eremitani – il Belzoni assicura appunto di non aver scordato mai la sua città e per dimostrarlo (nel 1819) le fece dono di due grandi statue leontocefale (corpo di donna, testa di leone) di granito, ritrovate in uno dei suoi tanti scavi, tra Tebe e Karnak.

La lettera, tradotta in italiano dal “belzonese”, curioso misto di padovano, italiano, inglese ed arabo

Le statue vennero poste – su sua esplicita richiesta – ai lati dell’ingresso orientale del Palazzo della Ragione e lì restarono per quasi due secoli, prima di essere spostate (anche quelle) agli Eremitani intorno agli anni ’80 del novecento.

Le due statue conservate ai Musei Civici. Quattromila anni ciascuna, mica scherzi…

Per Padova è giunta l’ora di sdebitarsi, dunque.

L’esposizione (già in fase avanzata di progettazione al momento della caduta della giunta, a seguito del tradimento del novembre 2016) sarà una mostra sull’Egitto, senza essere una mostra sull’Egitto.

Il centro costante, indiscutibile e indiscusso sarà appunto Belzoni: i suoi viaggi e le sue scoperte rappresenteranno una conseguenza, per quanto rilevante, della sua dirompente personalità.

Saranno predisposte delle piattaforme multimediali, in realtà aumentata, per ripercorrerne la vita, in tutti i suoi passaggi più rilevanti e avventurosi. Saranno ospitati (da musei di tutto il mondo) alcuni straordinari reperti di sua scoperta (tra 150 e 200 esemplari), mentre altri verranno ricostruiti con le più moderne tecnologie: in resina o in 3D, mediante scansioni laser.

Particolare della tomba di Seti, scoperta da Belzoni due secoli giusti giusti fa

La mostra dovrà essere quanto meno statica possibile: saranno ricostruiti gli ambienti angusti dell’interno delle piramidi, verranno ricreate le condizioni stesse in cui un archeologo deve lavorare per compiere le proprie ricerche (buio, caldo umido, persino gli odori verranno riprodotti fedelmente); si proporranno laboratori didattici dedicati all’archeologia e agli scavi.

Si cercherà poi di ampliare il “discorso Belzoni” all’intera città: concedendo per esempio la possibilità di visitare i Musei Civici con lo stesso biglietto della mostra, che si terrà invece al Centro Culturale San Gaetano.

E poi organizzando delle visite alternative della città: giro in barca lungo il Piovego, attracco a Porta Ognissanti e poi escursione guidata lungo i luoghi del Belzoni (da non trascurare anche la Sala Egizia del Pedrocchi), sino alla vicina mostra di via Altinate.

Sarà un evento dedicato ad adulti e bambini, perché di entrambe le categorie si desiderano stimolare la curiosità e l’interesse, attraverso percorsi differenti – certo – ma con l’unico obiettivo di riportare finalmente l’attenzione su di un grande padovano, ingiustamente dimenticato.

– Ufficio Stampa di Massimo Bitonci

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