Giapponesi a Salboro

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Te li immagini dei turisti americani alla Mandria?

Oppure spagnoli a Vigodarzere, giapponesi a Limena, indiani a Salboro?

Che magari fa ridere, buttata là così, ma non è un’idea poi così pellegrina, a pensarci bene.

Ricordo che una volta – mosso da appetito e caldo, in parti uguali – mi spinsi dalle parti di Bepi (gelateria), a Mortise, e trovai, seduta ai tavolini, una famiglia di giapponesi che azzannava briosche ripiene di gelato, come se non ci fosse un domani.

E di eccellenze, anche solo nel cibo, ne abbiamo tante qui a Padova, sparse per il territorio.

Senza voler far marchette agli uni o agli altri, mi limito a citare Giovanni, che dalle parti della Stanga fa dei bolliti sensazionali. E la Stanga è una zona che va assolutamente riqualificata e se si pensa che già c’è il Parco Europa che è molto bello e al cui interno sta un giardino d’inverno fantastico e che in via Anelli la futura amministrazione Bitonci costruirà presto uno studentato universitario… si capisce che anche quella potrebbe diventare una zona di interesse turistico in qualche modo. Certo non ai livelli del centro storico, delle piazze, del Salone, e ci mancherebbe… però nulla osta alla diversificazione dei flussi turistici che giungono in città, al loro aumento, anche, frutto di un incremento delle proposte.

Ora, esiste un progetto che questa (futura) amministrazione ha sposato e che si chiama Padova Policentrica.

Il suo ideatore è l’ex (futuro) assessore comunale, Nicolò Calore, che ha immaginato di valorizzare ogni singolo quartiere della città, creando una rete di destinazioni turistiche alternative che ricomprenda – per dire – l’Isola di Torre, l’Arcella, Sant’Agostino, la Sacra Famiglia, la Paltana…

Ogni centro graviterà attorno ad uno o più monumenti o attrazioni e sarà reso facilmente raggiungibile – fra le altre cose – da uno sviluppo della viabilità ciclabile, con delle corsie preferenziali riservate appunto ai ciclisti.

Il nostro viaggio nella Padova Policentrica inizia da Salboro, precisamente dalla chiesetta medievale di Pozzoveggiani (XI secolo circa).

Mille anni e non sentirli

A guidarci è lo stesso Nicolò Calore, che a richiesta probabilmente saprebbe dire quanti mattoncini compongono la struttura della chiesa e che – trasfiguratosi in Alberto Angela – ci porta alla scoperta dei segreti di questo luogo.

Nicolò Calore in un momento di agonismo didattico

Ci mostra gli affreschi straordinari che la riempiono – innanzitutto – e che, nella parte bassa dello spazio riservato all’altare, risalgono addirittura al VI secolo, perché sopravvissuti dalla prima edificazione.

Senza parole

I disegni – a tema cavalleresco – ci raccontano di Rolando da Roncisvalle, di sfide tra gentiluomini per l’amore della propria dama, di combattimenti contro epiche fiere…

Ah, l’Amor cortese…

Pensare di poter posare gli occhi su dei mattoni messi l’uno sull’altro più di mille anni fa, di poter accarezzare con lo sguardo una storia millenaria, di posare i piedi laddove l’hanno fatto – prima – barbari, franchi, serenissimi veneziani, napoleonici razziatori, baffuti asburgici, fascisti e nazisti, contemporanei speculatori edilizi… insomma stare lì dentro regala una sensazione bella. E strana.

Bella e strana, assieme.

La chiesetta va restaurata, senz’altro, va riportata al semplicissimo splendore che deve avere avuto sino a qualche secolo fa.

Per avere mille anni, però, li porta bene

Tutt’attorno, il camposanto.

Ora, alzi la mano chi conosceva Pozzoveggiani.

Bene, adesso la alzi chi ci verrebbe a fare un giro, una volta nella vita, anche se è a Salboro e non al Canton del Gallo.

– Ufficio Stampa di Massimo Bitonci

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