Anche il Gattamelata vota Bitonci

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A volte si finisce per sentirsi talmente coinvolti da qualcosa che stilare un giudizio obiettivo, imparziale, a riguardo, diventa pressoché impossibile.

La partigianeria è il nostro sport nazionale, d’altronde: che si tratti di sport, politica, etica, religione…

Ogni cosa è presto trasformata in bianca o nera, in destra o sinistra, in vita o morte e fascismo e comunismo e Coppi e Bartali e Berlusconi e Magistratura e famiglia e gender…

Eppure basta estraniarsi un poco, cambiare prospettiva giusto quell’attimo e spesso le cose cambiano, appaiono più chiare, si fanno più evidenti.

Montesquieu – per descrivere i vizi dei costumi francesi – scrisse un libro fingendosi un viaggiatore persiano che per la prima volta giungeva Transalpe e, non conoscendo affatto il Paese, lo descrivevano così con brutale onestà.

Io – molto più umilmente – pensavo di rimettere un giudizio sul voto di domani alla mente e alle parole di un padovano (di nascita o d’adozione) illustre, insospettabilmente superpartes, tremendamente schietto.

Ma chi?

Chi così puro? Chi tanto saggio? Chi talmente autorevole?

Piero Angela? Sgarbi? Camon? Qualche parente di Perlasca?

Piero Angela al conferimento della cittadinanza onoraria di Padova

Pensa che ti ripensa, mi ritrovo in Piazza del Santo e precisamente ai piedi della statua del Gattamelata.

“Ciao, come va?” mi chiede la statua ed io rispondo, con cortesia (nulla più, in fondo).

“Bene, grazie. Tu… lei… voi?”.

“Noi bene dai, la facciamo girare” mi fa lui… lei… loro… ciarliero, disinvolto, molto più ggiovane di quanto non dicano quei suoi cinquecento e passa anni portati seraficamente sul groppone.

“Che si dice allora? Chi vince?” insiste, poi, insospettabilmente ammiccante.

“Chi vince cosa?” domando io allora, ingenuo, stupito… allucinato?

Sto davvero parlando con una statua?

Forse il caldo…

“Ma le elezioni, no? Bitonci o Giordani?” mi sorride l’Erasmo: la daga del comando rivolta come sempre verso il domani e il tono tutto austero del capitano di ventura.

E allora io ne approfitto, mi fermo, gli chiedo se gli andrebbe di essere intervistato, se può dirmi la sua, affidarmi un parere, confidarmi una simpatia…

“Insomma una chiacchierata… un’intervista se preferisc… preferisce… prefersicio… preferito”.

“Diamoci del noi” mi fa, tra il magnanimo, l’enigmatico e il paraculo, anche… ‘Noi… uniti… grande gruppo, grande squadra, partecipazione, dialogo, supercazzola. Robe che adesso mi dice che il suo partito è Padova’ penso io, subito, sospettoso.

Ché adesso viene fuori che i capitani di ventura sono di sinistra come categoria, sicuro, e poi lui è umbro, rosso dalla nascita proprio, figurati, e mi toccherà pure litigare.

“Dunque lei cosa ne pensa dei due candidati?”.

Mi gioco così la prima domanda: né carne né pesce, lo so, ma d’altronde cosa può chiedere uno a una statua?

“Ma guarda, Bitonci non mi dispiace, è uno deciso, un fià massa pevarìn forse, ma per uno che comanda, d’altronde, meglio così che il contrario.

Giordani non lo conosco. Sento i tosi che tifano il Calcio Padova che vengono qua sotto a ciacolare e non lo amano affatto, perché ha venduto la squadra a Viganò che l’ha trascinata in C2.

Mi me pare che’l gabia un fià l’ocio da pesse straco, in effetti. Non so dirte” mentre mi parla, un colombo gli si posa sulla fronte e lui solleva gli occhi al cielo.

“Ecco una cosa che dovrebbe fare il sindaco. Mandar via ‘sti colombi maedeti che mi cagano in testa.

Sì sì sì, scrivilo pure questo e dillo a tutti: fatevi cagare voi in testa dai piccioni, io sono stufo: ho già dato.

Guarda che m’ha fatto il Donatello a me, mica un Cattelan qualsiasi.

Se lo mettono nel programma giuro che li voto. Chi è è, non m’importa niente, guarda” si lamenta e si vede che è sincero, povero, tutto intento in posa com’è, che non può neanche abbassare un attimo il braccio per scacciarli.

“Quali sono secondo te i temi più importanti per la città, in questo momento?” lo incalzo adesso, per riportarlo su argomenti più consoni ad un’intervista tra un uomo e un monumento.

“Ma io penso che la sicurezza in questo momento arrivi prima, almeno nella testa delle persone. Lo vedo qui, al Santo. É pieno di zingari che fanno l’elemosina e tartassano le vecchine, di spacciatori che smazzano la roba ai ragazzini, lattine di birra dappertutto, gente buttata negli angoli, sporcizia… Bitonci aveva fatto un po’ di pulizia devo dire.

Poi l’ambiente.

A me tutte ‘ste macchine m’hanno pure mezzo corroso coi gas di scarico: a so’ ciapà coe bombe, so’ ciapà…

Su quello Bitonci avrebbe forse potuto fare di più, ma capisco anche che tanti si muovano soprattutto in macchina e che lui non abbia voluto penalizzare né loro né i commercianti che già per conto proprio hanno sempre meno clienti, tra crisi e tutto.

Che poi gli altri hanno governato per i trent’anni precedenti e ti garantisco che la situazione era la stessa, identica.
Sì, perché dall’altra parte ci sono Gottardo, Giaretta, Zanonato, la Destro, Ivo Rossi… Insieme fanno 30 degli ultimi 33 anni di amministrazione a Padova. I tre rimanenti sono proprio quelli di Bitonci.

Eh, io da qua sopra vedo tutto, sai? E poi leggo i giornali: tanta gente si ferma qua sotto a sfogliarli e io ne approfitto.

Insomma questi altri luminari non hanno combinato granché, anzi.

Bitonci ha dato un impulso diverso, ha provato a fare tanto e in molti casi c’è anche riuscito. Guarda alla Stanga, guarda in stazione, guarda a Piazzale Boschetti che adesso diventa parco…”.

Il colombo a questo punto se n’è andato e lui pare quietarsi un poco.

Ne approfitto allora, per porgergli una domanda conclusiva, ché non vorrei rubargli troppo tempo.

“Quindi domani sarà una scelta pro o contro Bitonci?”.

“A me pare che Giordani e i suoi abbiano cercato di puntare la loro comunicazione proprio su questo. Non hanno proposto niente di concreto, niente di diverso, niente di nuovo. Tutto è stato centrato su Bitonci che non dialoga e litiga e su di loro che invece ascolteranno mille e più campane.

Non so, mi è parsa una scelta rischiosa, visto che Bitonci comunque ha preso il 40,2%: ha un consenso molto alto, non lo definirei impopolare. Anzi”.

Poi al ballottaggio hanno fatto l’inciucio e vediamo che succederà.

Adesso tutti parlano di futuro, futuro futuro… E il presente?”.

E dell’inciucio cosa pensa il Gattamelata?

“A me gli inciuci non sono mai piaciuti, di mio. Però, si sa che la politica è compromesso e convenienza, e quindi tutto si può fare…

Non so, sull’ospedale i due sono stati sbugiardati l’altroieri dai documenti che attestano che l’Università e il Rettore Rizzuto sono schierati insieme per Padova Est. Della sicurezza non parlano perché sono per la microaccoglienza e sanno che è un argomento che non paga in campagna elettorale, perché la gente (generalizzando) altri immigrati non li vuole.

Un momento di silenzio, poi gli chiedo: “Un pronostico?”.

Lui (esso?) sorride.

“Uno a zero su rigore allo scadere”.

Poi ridacchia, tende il braccio, distoglie lo sguardo.

L’intervista è finita, andate in pace.

Mi alzo allora, mi spolvero un po’ i pantaloni, mi guardo attorno.

Padova sta cambiando, è cambiata, cambierà.

Ma il Gattamelata resta, sempre uguale a sé stesso, accarezzato dall’ombra dolcissima del Santo. Figura familiare per tutti i padovani: ammirata, trascurata, coccolata, onorata, abbandonata…

Parlare col Gattamelata è come parlare con un nonno (di bronzo) di 3 metri e mezzo per 4.

Gli faccio un cenno, lui ricambia. Vado

Ne riparliamo lunedì, vecchio mio.

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